Occhio all'etichetta

Conoscere meglio il cibo che compriamo e mangiamo è il primo passo per prevenire lo spreco. Da dove cominciare? Semplice, dalla loro carta d’identità.

di Francesca Mastrovito

I farmaci hanno il bugiardino. I vestiti hanno il cartellino. I mobili hanno il manuale di montaggio. A guidarci alla scoperta del cibo che stiamo per mangiare è l’etichetta. Ogni prodotto porta con sé un bagaglio nutrito di informazioni: la sua storia, la provenienza, l’apporto nutrizionale e altre caratteristiche intrinseche, ma anche la lista degli ingredienti e le modalità d’uso, si traducono in altrettanti simboli, loghi ed espedienti grafici che si condensato in uno spazio molto ridotto. Per alcuni alimenti di piccola taglia, come nel caso delle uova, esistono dei codici ideati per ridurre notevolmente l’affollamento di segni grafici sul prodotto. Ma ne esistono tanti altri, di superficie più ampia, dove al netto delle informazioni presenti secondo legge in determinate posizioni, l’etichetta diventa una superficie bianca che ogni produttore deve sfruttare al meglio per comunicare in maniera efficiente con il consumatore -o viceversa, una giungla in cui il consumatore deve addentrarsi per ricavare le informazioni necessarie.

La situazione si complica o si esemplifica, inoltre, a seconda della tipologia di alimento con cui abbiamo a che fare. Se nel caso degli sfusi (come frutta e verdura al supermercato o dal fruttivendolo) basta infatti elencare in un’etichetta sul recipiente di vendita la denominazione, eventuali allergeni, data di scadenza e, se previste, le modalità di conservazione, gli alimenti preconfezionati estendono notevolmente la quantità di informazioni da comunicare. Fortunatamente, è anche la tipologia di alimenti che presenta maggiori restrizioni normative in materia.

Guardiamo più da vicino tutti gli elementi che, secondo la legge, devono essere presenti sulle confezioni:

- Denominazione, con relativo stato fisico (come in: salmone affumicato, polenta liofilizzata)

- Paese d’origine e luogo di provenienza;

- Nome o ragione sociale del produttore;

- Quantità al netto;

- Elenco degli ingredienti, con relativi allergeni indicati con carattere differente in colore, stile o dimensioni rispetto al resto delle parole contenute nel blocco;

- Dichiarazione nutrizionale;

- Condizioni di uso e conservazione;

- Durabilità del prodotto.

In particolare, questi ultimi due elementi possono offrire un valido supporto nella prevenzione dello spreco. Le condizioni di uso e conservazione sono da considerare quasi alla pari di un manuale di istruzioni, grazie a cui è possibile guidare il consumatore verso giuste pratiche di mantenimento e impiego del prodotto anche in differenti condizioni del prodotto (per esempio, a confezione aperta). Ma è sulla durabilità del prodotto che vogliamo porre maggiore attenzione: viene facile, quasi scontato chiamare “data di scadenza” quella data stampata solitamente sul retro, sul tappo, sul fondo della confezione. Ebbene, potrebbe non trattarsi di una data di scadenza: a fare maggior chiarezza su questo punto, in Italia, è stata la legge anti-spreco (meglio nota come legge Gadda) che ha specificato la differenza tra data di scadenza e TMC, ovvero termine minimo di conservazione, per cui moltissimi alimenti con una bassissima deperibilità hanno potuto contare su una giusta estensione della vita sullo scaffale. Vediamo nello specifico la differenza tra queste due terminologie:

- La data di scadenza è frequente nella gran parte dei prodotti molto reperibili. Viene introdotta dalla dicitura “da consumare entro il”, e rappresenta il limite oltre il quale il prodotto non deve essere consumato.

- Il termine minimo di conservazione (o TMC) è molto più comune in prodotti che possono essere conservati più a lungo. La differenza della dicitura riportata sulla confezione, rispetto alla data di scadenza, è minima ma essenziale: questa infatti suggerisce “da consumarsi preferibilmente entro il”, a indicare che oltre la data riportata, il prodotto può aver modificato alcune caratteristiche organolettiche come il sapore e l’odore ma può essere consumato senza alcun rischio per la salute. i prodotti che rientrano in questa categoria spaziano entro moltissime tipologie, e includono, tra gli altri, pasta, riso, biscotti, cracker, ma anche olio, caffè macinato e succhi di frutta.

Esattamente come è utile conoscere le trasformazioni di frutta e verdura lungo i diversi stadi di maturazione, saper leggere l’etichetta dei prodotti confezionati può essere un valido primo passo per prevenire buona parte dello spreco domestico, evitando così che prodotti perfettamente commestibili finiscano nel cestino. Quindi forza, corri ad aprire frigorifero e dispensa: ti auguriamo buona lettura! 

Michele Martinotti

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