Lunga vita alla Doggy Bag

Vita, morte e miracoli del sacchetto degli avanzi: qualche curiosità per apprezzare ancor di più l’alleato numero 1 contro lo spreco alimentare in ristorante.

di Francesca Mastrovito

Un sacchetto, un più popolare box di polistirolo o un cartone quadrato: la rinomata doggy bag è lo strumento efficiente e versatile che permette di prevenire lo spreco alimentare in ristorante portando a casa gli avanzi di quanto ordinato. Le pratiche antispreco e la più alta consapevolezza degli ultimi anni hanno aiutato molto ad attenuare lo stigma di cui soffre questo utile oggetto, contribuendo di conseguenza a incentivare e diffondere la pratica in molte nazioni del mondo. E quale miglior testimonial se non Michelle Obama, che ancora da first lady, durante la sua prima visita ufficiale in Italia nel 2009, ha chiesto di portare a casa pasta alla carbonara, lasagna e amatriciana da un ristorante a Roma?

Ma facciamo un passo indietro alla ricerca delle origini di tale fenomeno. Per rintracciare non tanto gli esordi, quanto la diffusione di un oggetto o una pratica ci viene in soccorso il dizionario, che studia a sua volta la diffusione della parola corrispondente. Il Merriam Webster, forse il più autorevole dizionario statunitense, indica come anno di diffusione della parola “doggy bag” il 1957. Segno che, nella seconda metà degli anni ‘50, il sacchetto per gli avanzi era già una pratica comune e consolidata. Della storia della doggy bag ne esistono diverse versioni, ma tutte puntano a un preciso luogo e un altrettanto definito momento storico: gli Stati Uniti alla fine della II Guerra Mondiale. Una delle storie più accreditate racconta del ristorante Steak Joint di Dan Stampler, che nel 1949, ha voluto escogitare un modo per accontentare tutti i clienti che gli chiedevano di portare a casa gli avanzi per il cane. Ha creato allora un sacchetto di carta oleata con una caricatura del suo scottish terrier, battezzandolo definitivamente come la busta per il cane: la doggy bag, chiamandola così per salvare in qualche modo i suoi avventori dall’imbarazzo di dover chiedere gli avanzi per loro stessi. Oltre questa leggenda, la diffusione delle doggy bag si traccia per tutti gli Stati Uniti, soprattutto nelle grandi città su entrambe le coste, durante gli anni ‘50.

La doggy bag ha fatto però fatica ad affermarsi. In molti Paesi europei, Italia inclusa, ha incontrato non poche resistenze, perché concettualmente ritenuta di uso molto basso -esattamente come nel caso dei clienti di Dan Stampler. I pregiudizi e la diffidenza legati a quello che può essere considerato come un ripiego, un riciclo sfociano (a volte ancora oggi) in imbarazzo e disagio da parte dei clienti, che molto spesso si frenano dal chiedere di portare a casa quanto avanzato dal pranzo o dalla cena in ristorante.

Per fortuna, i tempi cambiano e con loro le persone. Facciamo per esempio il punto della situazione in Italia. L’uso e soprattutto l’accettazione della doggy bag da parte dei consumatori è esattamente raddoppiata negli ultimi 4 anni: dal 2015, quando solo 2 italiani su 10 la chiedevano in ristorante, siamo passati a quest’anno con 4 italiani su 10 che regolarmente utilizzano questo strumento. In linea anche il trend sulla reputazione della doggy bag, che conferma una maggiore apertura mentale degli italiani: nel 2015, il 25% dei consumatori si vergognava o addirittura si rifiutava di chiederla, ritenendola una pratica volgare; a oggi la percentuale è scesa al 14% (dati: Coldiretti). Un grande contributo a questo cambiamento di pensiero arriva sicuramente da ristoratori e chef, che lo promuovono come una pratica normale e quasi doverosa: come Matteo Baronetto, chef del ristorante stellato Del Cambio di Torino, che sin dal 2015 concedeva le doggy bag dei suoi menu gourmet. Ad aggiungersi al coro, inoltre, sono le innumerevoli soluzioni proposte da designer e aziende per delle doggy bag di materiale più sostenibile, così da rendere ancora più green un gesto già di per sé molto rispettoso dell’ambiente.

Dalla sua prima introduzione in sacchetti con un rassicurante e sorridente terrier, insomma, la doggy bag ha mosso grandi passi: per far sì che contribuisca a altrettanto grande cambiamento, dobbiamo pensarci anche noi. 

Francesco Ciavaglioli
Content Specialist_IT_MKT

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